La Fiera di Sinigaglia ....a Milano

nonon a Milano soltanto, ma in altre città di Lombardia e del Veneto, si chiamano "fiere di Sinigaglia" quelle fiere, o piuttosto semplici mercati, in cui si vende di tutto, confusamente e, di solito, con prevalenza di roba vecchia.

E probabilmente dal solo carattere di assai vario emporio deriva la comunanza di nome, percui anche il piccolo mercato di rifiuti che ha luogo in un angolo eccentrico di Milano, si confonde con la più celebrata delle grandi fiere italiane.

E v' è, in questa omonimia derivata da una rassomiglianza di scarsissima importanza, un gusto umoristico di contrasto che attrae maggiormente verso la più povera, la più risolutamente cenciosa, la più miseramente popolare e, quindi, la più caratteristica fra tutti i tradizionali commerci milanesi all'aria aperta, da Porta Genova a Porta Ticinese.

La fiera di Sinigaglia dura da molto tempo e non si parla ancora, in questa etàdelle soppressioni, di volerIa sopprimere. Mentre le grandi tradizioni languono o si disperdono, portate via dal vento di modernitàche tende a far tutte le cittàsimili tra loro e simili tra loro tutti i quartieri d'una stessa città, le piccole tradizioni, le più gracili, quelle che paiono aspettare, per morir nel silenzio, un cenno appena di qualche assessore dal genio geometrico, vivacchiano sempre con una tenacia .inerte, custodite dalla loro stessa umiltàcome da una penombra protettrice.


ambulante in attesa di clientiA che è ridotto oramai il carnevalone ambrosiano, nonostante i generosi tentativi di questo e di quel comitato, nonostante le iniezioni di siero artificiale dell'allegria? Ma la fiera di Sinigaglia si ostina tranquillamente ad, essere quella che era, la tradizione discreta d'una contrada; fortunata fra tutte, poichè il giorno in cui fosse soppressa nè coloro che, ne vivono o la frequentano avrebbero forza d'imporne la resurrezione, nè i giornali sciuperebbero il loro spazio prezioso e la loro tenue provvista d'idealismo tradizionale ed estetico a deplorare la fine di quel piccolo mondo.

Un piccolo mondo, veramente, curioso e singolare, quel tratto di bastione, tra porta Vicentina e porta Genova, dove ogni mattino di domenica, per tutto l'anno, la fiera di Sinigaglia si stende, con la pazienza del cencioso filosofo, ad aspettare la sua umile clientela e gli spiccioli della sua attivitàfinanziaria; curioso e singolare in questa grande Milano, di cui le industrie e i commerci fanno tutta una formidabile fiera permanente, rigurgitante di ricchezze, fluttuante di milioni.

Alla fiera di Sinigaglia si può tr0var tutto, persino una cosa bella, persino un oggetto d'arte, ma principalmente tutte quelle cose che hanno l'aria di non servir a nulla, che parrebbero non aver in alcun modo il diritto di sopravvivere; quelle cose che si ostinano a voler fare il proprio ufficio, l'antico ufficio, invece di finir tra le immondizie ove tutte le diversitàsi amalgamano a poco a poco in una crassa uniformitàgraveolente.

Davanti a certe scarpe vecchie, piene di rughe profonde e di aperte ferite, davanti a certi vecchi cappelli, il cui colore è sempre il risultato matematicamente esatto e scientificamente previdibile del colore primitivo più alcune annate di polvere e di grasso, una domanda sorge spontanea, e si ferma alla " chiostra dei denti" A che, a chi possono ancora servire?

clienti della fiera di sinigagliaE si pensa a certe famiglie decadute, che sanno oramai tutta la gamma degli stenti, ma che non possono rinuziare a quella "buona società" cui appartengono per un ironico diritto naturale; si pensa a certi vecchi impiegati, decrepiti, miopi, barcollanti, balbuzienti, tremanti, che non vogliono " ritirarsi ", che si attaccano al loro tavolo o al loro sportello come un naufrago a un asse galleggiante; sapendo che il giorno in cui si distaccheranno la vita saràfinita per loro. Oh, essere ancora scarpa, essere ancora cappello!.

Sono questi gli elementi tragici della fiera di Sinigaglia; tragici in un modo speciale, perchè vi si mescola intimamente la comicitàdelle cose brutte e deformi.

Una vecchia scarpa spaiata e con la suola rotta: chi può calzarla? Un vecchio cappello logoro, con un pezzo di tesa lacero chi può coprirsene? E dalla visione, che balza immediata, d'un uomo il quale si strascica al piede quel rudere informe o si calca sul cranio quell'avanzo grottesco di copri capo, deriva uno stimolo di riso, come a certi travestimenti, a certi realismi sguaiati di teatri popolari o di ebbre serate carnevalesche per vie di cittaduzze provinciali. Poi un'altra visione subentra, piena d'ombra dolorosa.

C'è una parte d'umanitàche si agita intorno a codesti rifiuti come delle bestie agli angoli più sporchi delle vie sporche; venditore di gabbie alla fiera di sinigagliache all'oggetto buttato via, logoro dal lungo uso, considerato assolutamente inutile anche da gente povera, domanda un estremo valore, un'ultima funzione, quasi una menzogna pietosa.

La scarpa che ha la suola sbucata e il tomaio lacero non serve in alcun modo a proteggere il piede, ma è sempre meglio della trista franchezza di andare a piedi scalzi! 

Vi sono, è vero, alla fiera di Sinigaglia, anche oggetti nuovi, venditori capitalisti: qui una donna offre degli scampoli multicolori di cotonina alle donne pensose d'una sfolgorante camicietta con molto rosso o con molto giallo o con molto turchino; più in là il grave ramaio, superbo della sua merce nitida e costosa fra tanti rifiuti senza prezzo vili, vigila con occhio pacato le pentole, le padelle, le secchie, i mortai scintillanti al sole e il pubblico che si sofferma.

Vigila: in questi tempi in cui la cleptomania diventa persino un male aristocratico, come l'appendicite, non è obbligatoria un'eccessiva fiducia sul bastione fra porta Ticinese e porta Genova.

Di tratto in tratto, una esposizionedi legnaiuolo: arcolai, fusi, scodelle, macinini da caffè,, macinini da pepe, tutti i " legni " dell' orchestra di cucina, o immacolatamente bianchi o energicamente dipinti di giallo, di rosso, di verde.

E, fra questi industriali e commercianti affini, il venditore di gabbie, seduto accanto al mucchio delicato, multiforme e variopinto, della sua mercanzia, cosa gaia in quella sua folla di stecchettine, in quella sua varietàd'ingenue architetture infantili, che par giàdi sentirvi pigolare, fischiare, stridere, gorgheggiare uno stormo di creature irrequiete e chiacchierine.

Ma gli oggetti nuovi e i venditori capitalisti hanno l'aria insolente e discordante degli intrusi: la fiera è dei rifiuti, è dei poveri diavoli.

caccia allo scampolo alla fiera di sinigagliaIl vero commerciante della fiera di Sinigaglia è quello che stende a terra un panno d'indefinibile colore, fondo perfettamente intonato, e sopra vi dispone con un degno senso dell'ordine la sua varia merce: più avanti, più a portata della brancicante curiosità del pubblico, serrature a chiavi d'ogni forma e grandezza, afiratellate, nella solidarietà della ruggine, una folla cosmopolita di bottoni, di legno, di panno, di ferro, d'acciaio, d'ottone, d'osso, di madreperla, e delle fibbie e dei ganci e degli uncinetti e degli accessori dispersi di macchine da cucire;

e dietro queste minutaglie gli oggetti veri e propri, aggruppati possibilmente secondo la materia di cui son fatti o gli' usi a cui servirono o pretendono di servire ancora: per esempio, una macchina da cucire a mano, cosa vecchia, che le nozioni sul tempo d'origine di tale strumento indietreggiano rapidamente fin verso la famosa notte dei tempi, e intorno ad essa un girarrosto, un grosso macinino da caffè in in metallo, una lampada a petrolio, dei rubinetti, una piccola pompa, e dei frammenti indefinibili, irriconoscibili, pezzi di cui solo un vecchio meccanico può evocare l'attività defunta e il congegno cui appartenevano, come d'un resto umano solo l'anatomo può dire se fu d'uomo o di donna, di fanciullo o di adulto.

ambulante in attesa di clientiE in un altro gruppo, più malinconiche spoglie: giacchette, calzoni, magari una vecchia marsina, delle scarpe spajate, magari un cappello di paglia sfondato, un vecchio boa spelacchiato, un'antica mantellina non si sa come inverdita, come se anche gl'indumenti femminili, i poveri indumenti smessi, potessero aver della bile, dispetto, invidia, rancore, rammarico...

E vecchi libri polverosi: " filotee " e "mesi di Maria" dalle pagine ingiallite, che seppero per lunghi anni sui margini consunti la grassa religiosità delle dita plebee; il tomo quinto o ventiduesimo d'una innumerevole edizione delle opere di Metastasio o di Goldoni o di Alfieri; volumi più atrocemente spajati delle povere scarpe spajate. 

E dietro quei rettangoli di panno, dietro quei tavoli, dietro quelle carrette, figure assai più curiose della loro mercanzia, i venditori. Chi sono? Come vivono? Che cosa rappresenta nella loro esistenza e nel loro bilancio quella occupazione domenicale?

donne alla ricerca di abiti

Pazienti e scettici, come tutti quelli che hanno molto imparato dai volumi in ottavo o dalle vicende della vita, lasciano frugare, lasciano toccare, lasciano disordinare, con la vaga coscienza commerciale che da quel disordinare, da quel toccare, da quel frugare usciràil guadagno della giornata, dei centesimi, una somma che si può tutt'al più contare per soldi. Pazienti e scettici, si riportano via in quale soffitta? in quale stambugio? gran parte della merce, per tornare a disporla sul rettangolo di panno la domenica seguente.

E come si riforniscono? Da chi e a che prezzo. comprano quegli oggetti che poi vendono per pochi centesimi, per pochissimi soldi ? Ve ne sono che non hanno in tutta la loro mercanzia due lire di capitale: a che pro, dunque, occuparsi della vendita per mezza la giornata della domenica? 

Basta forse che ne esca il prezzo del mezzo litro da cui saràrallegrato l'ozio pomeridiano? E che fanno negli altri giorni della settimana?

Sono forse soltanto nelle famiglie milanesi in cui ognuno deve produrre qualche cosa i buoni a nulla, i troppo deboli, gl'infingardi incorreggibili, che almeno si guadagnano con quel commercio il tabacco settlmanale?
Domande innumerevoli, innumerevoli piccoli misteri della vita popolare nelle cittàgrandi, cronache confuse, in cui la farsa oscena si fonde con la tragedia, più miserabile e che passano, sempre rinnovate e sempre uguali, come un'acqua sporca di fossato, trascinando ogni sorta di rifiuti sotto la sua superficie opaca.

Meno singolari, meno curiosi i compratori. Sono gente economa, che spera di trovar in quella enorme rigatteria all'aria aperta, per qualche soldo, c'e che altrove dovrebbe pagar qual, che lira, o che trova ogni risparmio, anche di qualche centesimo, buono e doveroso.

C'è chi deve far economia a ogni costo: o limitarsi o morire. C'è chi ha l'istinto infrenabile dell'economia, l'implacabile buon senso di cercar sempre e da per tutto, il modo e il mezzo di risparmiare.

Ecco, quindi, la massia, la saggia massaia, che pare sia pingue appunto della sua molta saggezza: vuoI comprare un macinino da pepe o spera di trovare un taglio di camicetta per casa a un prezzo che nessuna bottega accetta.

Ed ecco il vecchio operaio che ha bisogno d'un bottone per la sua giacchetta, e passa una o due ore a frugare con placida e commovente insistenza fra tutti i mucchi di bottoni, esaminando e confrontando, finchè ne trova uno simile agli altri, o almeno uno che non ne sia troppo dissimile.

E paga con una monetina da due centesimi, quando il venditore non glielo regali addirittura.

C'è tutto un piccolo pubblico speciale a cui manca qualche cosa di poco conto per accrescere senza spesa sensibile gli scarsi agi della sua vita, e va a cercare quel qualche cosa alla fiera di Sinigaglia: una chiave arrugginita, maschia o femmina, che con pochi colpi di lima si riduca nuovamente in servizio attivo per la propria porta; un tubo da lampada a gas, che abbia la circonferenza opportuna per essere adattato alla lampada, della cucina; una" chiave inglese che ricompleti al ciclista gli accessi della propria bicicletta.

... E il piccolo pubblico passa e ripassa, con le sue poche lire o i suoi pochi soldi in tasca, davanti a quella esposizione settimanale di miseria e di buona volontà, lungo quella via crucis di tutte le cose moriture, mutilate, deformate e ostinatamente vive tuttavia, che è la fiera di Sinigaglia. :.

 

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